Quando il silenzio diventa una scelta
A cura di Rita TULELLI - Avvocato e criminologa

Forse, allora, la domanda non è soltanto perché abbiamo paura di parlare. La domanda più scomoda è un'altra: che cosa siamo disposti a perdere pur di non tradire ciò in cui crediamo?
Perché è facile dichiararsi dalla parte della giustizia quando non costa nulla. È facile condannare l'ingiustizia quando riguarda qualcun altro, quando la distanza ci protegge, quando non siamo noi a dover scegliere.
Molto più difficile è farlo quando l'ingiustizia entra nella nostra vita, quando a sbagliare è una persona che conosciamo, quando il gruppo ci chiede di tacere, quando prendere posizione significa rischiare di essere esclusi.
È proprio lì che si misura la nostra coerenza.
Il gruppo può offrirci protezione, appartenenza, sicurezza. Ma nessun senso di appartenenza dovrebbe avere come prezzo la rinuncia alla propria coscienza. Non tutto ciò che fanno in molti diventa giusto. E non tutto ciò che viene tollerato diventa accettabile.
La storia, anche quella più vicina a noi, dimostra che l'illegalità prospera quando il silenzio diventa abitudine e l'indifferenza viene scambiata per prudenza.
Non significa che ogni persona debba trasformarsi in un investigatore o affrontare da sola situazioni pericolose. Significa, piuttosto, comprendere che esistono momenti nei quali non scegliere equivale comunque a scegliere.

Tacere può essere una scelta. Voltarsi dall'altra parte può essere una scelta. Adeguarsi può essere una scelta.
E proprio per questo anche il coraggio può diventare una scelta.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ci hanno lasciato una lezione che va oltre la lotta alla mafia: una società libera non può delegare sempre ad altri la difesa dei propri valori. Le istituzioni hanno il dovere di garantire giustizia e sicurezza, ma nessuna istituzione può sostituirsi completamente alla coscienza dei cittadini.

La legalità, infatti, non comincia quando interviene un magistrato. Comincia molto prima.
Comincia nel momento in cui una persona decide di non ridere di fronte a un'umiliazione, di non giustificare una violenza, di non coprire un comportamento illecito, di non accettare un ricatto, di non considerare normale ciò che normale non è.
Comincia con una parola apparentemente semplice: no.
Un «no» pronunciato quando tutti dicono sì.
Un «no» pronunciato quando sarebbe più conveniente tacere.
Un «no» pronunciato quando si teme di rimanere soli.
È in quel momento che una scelta individuale assume un significato collettivo.
Perché una società non diventa più giusta soltanto quando qualcuno combatte una grande battaglia. Diventa più giusta ogni volta che una persona, davanti a ciò che sa essere sbagliato, decide di non adeguarsi.
Rita Tulelli Coautrice del libro CAFFE' CORRETTO

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